Manifestare il Sè. Riflessioni a voce alta.

Manifestare il sè

Manifestare il Sè. Riflessioni a voce alta sul mio attuale spazio di manifestazione nella materia.

Uno spazio denso di analisi per la multidimensionalità dell’azione che il lavoro nel campo olistico comporta.

Quando parliamo di olismo parliamo di complessità, cioè parliamo di un sistema che si basa sul riconoscimento dell’interazione di diversi piani. E non solo, semplificando, dei piani della manifestazione, cioè quello fisico, emotivo, mentale e transpersonale.

D’altronde, in un campo multidimensionale diventa per definizione difficile prevedere come l’azione che si sta mettendo in atto possa, logicamente e sequenzialmente, arrivare ad un risultato preciso. Questo diversamente da altre tecniche nelle quali l’attenzione è su uno specifico corpo. Quindi, la conoscenza del funzionamento del sistema, aiuta a definire tracciati più semplici e prevedibili, anche se sappiamo tutti che questo non garantisce il buon esito dell’applicazione della tecnica alla risoluzione di un problema.

Per dirla in parole semplici tutti vanno dal medico per curare il fisico, ma non tutti guariscono. E, il corpo, è sicuramente uno degli spazi che al giorno d’oggi ha pochi segreti. Man mano che alleggeriamo la densità materiale, spostandoci verso l’alto nei piani emotivo, mentale, transpersonale, ci rendiamo conto che l’equazione conoscenza=soluzione è sempre più incerta.

Pensando quindi ad un sistema dove i diversi corpi sono lavorati in contemporanea, è facile comprendere la difficoltà di cui parlo.

Ho capito, non senza fatica, che per essere un buon operatore olistico e manifestare il Sè è necessario distaccarsi il più possibile dal risultato. Applicando la parola servizio nel senso più profondo del termine.

Manifestare il Sè e la Fede.

Capita spesso che il movimento di un operatore olistico, all’interno di un consulto, sia un movimento che innesca processi in direzioni diverse da quelle che si sono palesate all’inizio del lavoro, ed è molto difficile poter prevedere il risultato. Quello che si riesce a fare è inquadrare l’orizzonte nel quale si muove il tema che viene portato nel consulto, definire lo spazio di movimento e ipotizzare, attraverso intuizione, sensazioni e conoscenza, la genesi del problema. Individuare il seme lavorando, attraverso l’analisi degli effetti, sul principio della manifestazione.

Da questa prospettiva l’aspetto fondamentale da integrare, per un operatore olistico che desidera mettere a servizio i propri talenti e capacità, è l’affidamento al processo che si manifesta in quel punto del cammino evolutivo della persona. Questo affidamento si traduce nell’aver fede nel fatto che quel processo si innesterà, senza dubbio, su ciò che è necessario per quella persona. Chiaramente questo affidamento, allontana e smonta ogni pretesa di gratificazione e di riconoscimento.

Capita spesso che il risultato che il cliente si aspetta, inteso come conseguenza logica di una richiesta e di una prestazione, non si manifesti.

Anzi, molte volte, quando il tema che si porta nel consulto è pervaso da ombre, esse sono le prime ad emergere per il necessario processso di integrazione. Con grande sconcerto e turbamento del cliente stesso.

La logica non è amica del transpersonale e quando si lavora nel campo olistico, per lo sviluppo della coscienza individuale, i processi seguono altri assunti, che sarebbe bene conoscere per non rimanere delusi o peggio ancora abbandonare la via.

Manifestazione e risultato.

L’unica cartina tornasole che può aiutare a comprendere, se si è innescato un processo nella direzione corretta, è la manifestazione contestuale al consulto.

Nel momento in cui il processo si apre, una sensazione del corpo e/o una manifestazione emotiva o sensibile, sono spie che generalmente manifestano una tendenza del processo stesso. Che andrà vagliata dall’operatore al fine della valutazione della bontà del processo aperto.

Quindi una direzione e un orientamento che possono essere utilizzati per navigare nell’irrequieto mare dell’evoluzione personale.

Essere un operatore olistico vuol dire accettare di essere all’interno di questo movimento delle diverse matrici e riconoscere che il proprio contributo alla crescita dell’individuo è solo uno dei tanti tasselli di cui si compone il movimento di integrazione ed evoluzione di un individuo.

Manifestazione e il servizio nell’olismo.

Quello che un operatore olistico riceve in cambio da questo tipo di atteggiamento, è poter esprimere i propri talenti e vedere nell’azione stessa la manifestazione di ciò che si è.

Risultato chiaramente lontano da ogni aspettativa egoica.

Questo atteggiamento richiede un profondo e costante lavoro su di sé, soprattutto nella gestione di quella parte di ego/personalità che naturalmente dovrebbe essere messa a disposizione del progetto dell’Anima, come ogni sviluppo evolutivo richiede.

Questo connubio fra Anima e personalità, integrato e risolto, è il vero spazio di appagamento dell’operatore olistico. In verità dovrebbe essere lo spazio di appagamento di ogni persona, ma nell’ambito della facilitazione olistica è ancora più evidente ed importante.

Il lavoro nell’ambito olistico, soprattutto quando si usano strumenti energetici come il channeling, le costellazioni o il coaching alchemico, è ancora profondamente intriso di credenze, superstizioni e di spazi di attribuzione magica, che nell’ambito delle terapie energetiche vengono assegnati all’operatore stesso.

Ed è proprio per questo che, consapevoli di questa area di sabbie mobili che circonda l’operato, è necessario rimanere focalizzati sull’azione e non sul risultato.

Questa predisposizione a collocarsi in uno spazio di servizio correttamente inteso, più che di lavoro, produce un balzo nell’uso dello strumento e della risorsa dell’operatore olistico che, pulito di ogni necessità di riconoscimento e di soddisfazione personale, può manifestare sé stesso sempre più in maggior aderenza con quello che è il suo personale progetto evolutivo.

L’umiltà.

Infine, ultima considerazione ma non per questo meno importante, potendo leggere all’interno di questa modalità, la qualità dell’umiltà, intesa come fertilità da humus, si pulisce anche il campo da forme pensiero legate alle figure dei guru e dei maestri che, nella verità del loro campo di frequenza energetico, non hanno certo bisogno di ricevere gratificazioni, riconoscimenti o adepti.

Nella manifestazione del Sè indossare false maschere di umiltà vuol dire aderire a concetti di servizio che non corrispondono più alla frequenza energetica dell’epoca nella quale siamo entrati. Un’epoca in cui servire è sinonimo di condivisione di risorse e non di sottomissione a qualcuno.

A questo proposito cito dal web:

SERVIZIO. SERVIRE SIGNIFICA GUARDARE, CUSTODIRE

Oggi la parola servizio è, da una parte, circondata da una buona dose di stucchevole retorica, grazie a chi non perde occasione per dare visibilità al proprio… servizio e, per questo, pretendere riconoscimenti; dall’altra, è una parola disprezzata perché il servizio è ritenuto mortificante ed offensivo.

C’è un solo modo, al di là di ogni retorica, per verificare l’autenticità di un ‘avad (servizio): servire gli altri senza servirsi degli altri e senza farsi servire. Perché: “Servire significa accogliere la persona che arriva, con attenzione; chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione”

Nunzio Galantino

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