Quelle giornate che non ti spieghi

Quelle giornate che non ti spieghi

Arrivano così, senza (quasi) preavviso. Spesso, dopo alcuni giorni o forse ore, di tranquillità. 

Quelle giornate che non ti spieghi hanno un sapore amaro, perché ricoprono con un nero manto, tutto quello che fino a poche ore prima, splendeva o quanto meno, non faceva ombra.

Questa modalità tutta femminile di entrare dentro di noi alla velocità di un jet supersonico e non rendercene conto è impressionante. Sia per il disorientamento che provoca, sia per la potenza con la quale si palesa.

Ti trovi dentro ad un marasma di emozioni, ad una energia che si muove disordinata creando stati confusionali e facendo emergere, prepotentemente, quelle parti di te che eri stata così brava a mettere a nanna. E invece eccole lì. La depressa, la lamentosa, la vendicatrice, la sfigata, la tradita, l’abbandonata, la vittima e via di questo passo.

Cerco di capirci qualcosa, di darmi un senso, e di cogliere l’opportunità che c’è dentro a tutto questo marasma. Ma in realtà voglio solo piangere, seduta su una panchina, e per fortuna oggi c’è il sole. Almeno non diventerà un pulcino bagnato.

Ecco, per fortuna l’ho fatto. Anzi l’ha fatto. La mia bambina interiore non si è vergognata del suo stato e ha lasciato libere lacrime e singhiozzi. Quella bambina che tirava la giacchetta alla madre interiore, con i lacrimoni sull’orlo delle palpebre. Una parte di me, attaccata morbosamente al fare così da non vedere quegli occhi pieni di pianto, e far finta che quel marasma che saliva e si insinuava nel cuore, non ci fosse.

Quelle giornate che non ti spieghi sono così.

Quelle giornate che non ti spieghi
Quelle giornate che non ti spieghi – M. Nedyalkova

Ti mettono di fronte alla tua fragilità e mille possono essere i motivi che l’hanno causata. L’assenza di un abbraccio, la constatazione di una mancanza, il bisogno di un sostegno che non c’è, la consapevolezza di una forza interiore al momento così fragile da disorientare. E un orizzonte che non si riesce a capire che colore abbia, ma per il quale, guardandolo, si pensa solo al disagio e a una diffusa paura di sottofondo.

Eppure, come sempre succede ogni volta che ti permetti di andare giù, pensando di restarci su quel fondo, quando arrivi e tocchi con i piedi, sei già pronta a risalire. E mentre risali, forse perché quella paura sei riuscita a scrollartela di dosso, arrendendoti, tutto è già più chiaro, più definito. Senza soluzioni al momento, ma più chiaro.

Divento provocatoria. Gli uomini, la maggior parte, non hanno questa capacità di lasciarsi andare di sotto, capacità che guardano con supponenza, sottolineando come una certa lunaticità sia un difetto implicito nella nostra struttura, che ahimè gli tocca sopportare.

Eppure, mi sembra di vederli, ammutoliti sull’orlo di quel baratro, quando vedendoci saltare e andare giù, comprendono la distanza che ci separa.

Distanza che rimane. Sia quando saltiamo di sotto, che quando voliamo di sopra.

Le splendide ed evocative fotografie sono di Mira Nedyalkova.

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